Una delle passioni che mi porto dietro da quando ero piccola è quella per le antologie scolastiche. A casa mia ci sono sempre stati molti libri, tra quelli dei miei fratelli e quelli ereditati da parte di mia nonna. Ed io, che ho sempre avuto la disgrazia di intendermi più con i libri che con gli esseri umani, ho potuto leggerne a bizzeffe; ogni antologia era un mondo a sé, specchio del tempo in cui era stata compilata, ma anche della persona che l’aveva compilata, e galeotto nell’indirizzarmi ad una miriade di altri libri che ancora oggi faticosamente tento di recuperare.
Le antologie con cui ho avuto un rapporto più controverso sono quelle del Ventennio; hanno titoli altisonanti, in cui immancabilmente figurano, in abbinamenti variabili, i concetti di patria, lavoro, famiglia. Concetti contro cui non ho nulla, anzi, tranne che quando vengono strumentalizzati. Ogni sezione di quelle antologie sa di propaganda; la selezione dei poeti affianca il Carducci Vate e Patriota al Grande Poeta Sconosciuto di Epoca Fascista che non è nemmeno riuscito a passare ai posteri nonostante l’opera di celebrazione del Duce. I canti dei poemi omerici sono strettamente selezionati; le introduzioni ai brani danno chiare e parziali indicazioni su perché quella poesia debba essere letta e su come vada letta; e nelle indicazioni editoriali la data è in numeri romani a partire dal 1922. Sin da piccola ho trovato questo tipo di antologie ridicole eppure impressionanti.
Molto di più ho amato i libri di lettura dei miei fratelli; si trovavano ancora stralci di letture veramente d’annata, come alcune pagine di Giovanni Mosca, tra cui il celeberrimo episodio in cui doma una classe ribelle colpendo un calabrone con la fionda, o gli assurdi racconti di Giovannino Guareschi e della sua stramba famiglia (recuperati entrambi, ma “Ricordi di scuola” di Mosca alterna momenti di vera e intensa nostalgia ad un più generico buonismo, mentre Guareschi e la sua figlia quattrenne che alla Fiera Campionaria chiede se la pressaforaggi sia comunista…be’, devo davvero commentarlo? Amore eterno per Guareschi e per la sua Pasionaria). E vogliamo parlare di Paolo Lorenzini e del suo “Sussi e Biribissi”? O del tremendo “Giamburrasca”, mio grande amore d’infanzia?
Altri grandi amori sono nati invece con le antologie delle scuole medie; lì ha fatto la sua comparsa la brillante voce narrante di Harper Lee (“Il buio oltre la siepe” è stupendo, e devo, devo rileggerlo); ho poi conosciuto Natalia Ginzburg, il cui “Lessico Famigliare” mi ha sempre ricordato anche la mia, di famiglia, sebbene non ne abbia mai compreso il motivo; e poi è stato tra quelle stesse pagine che ho letto per la prima volta Phoebe Caunfield rimproverare il fratello Holden di voler fuggire di casa senza di lei; e quello stesso Holden l’ho poi trovato in un’altra antologia intento a scrivere un tema su commissione ispirato da un particolare guanto da baseball ricoperto di poesie scritte con l’inchiostro. Inutile dire che Holden è stato uno dei miei grandi amori di gioventù e forse di una vita intera. La particolarità delle antologie dei miei fratelli rispetto, per esempio, a quelle su cui studiai io, era la predominanza di testi novecenteschi, e soprattutto americani, rispetto a quelli “classici”. Nelle antologie attuali a volte si trovano ancora alcuni degli autori che ho nominato, ma relegati in posizione marginale. Il canone è cambiato nuovamente.
Paradossalmente, le uniche antologie che su di me hanno sortito l’effetto di un sonnifero sono quelle che son stata costretta a studiare a scuola!
Ricordo in particolare quella del biennio delle superiori, un mattone che mi ci voleva un facchino, per trasportarla ogni giorno; una noia mortale; riuscì a farmi desistere dalla lettura di “Madame Bovary” non so per quanti anni, giacché il compilatore aveva avuto l’abilità di cogliere i passaggi più monotoni e soporiferi, nonché di difficile contestualizzazione, dei migliori romanzi ottocenteschi. Aveva avuto l’abilità, insomma, di farmi odiare ciò che per natura tendo ad amare di più.
Tra uno sbadiglio e l’altro tuttavia il mio cuore palpitò per uno stralcio da “La figlia del capitano” di Puškin (ma s’intende, è russo, doveva piacermi per forza, a scuola qualcuno mi chiamava slavofila!), e soprattutto per un racconto di Cechov, “Uno scherzetto“. Quanto amai quel racconto, così semplice e così prosaico, quando avevo quindici anni, mi è difficile spiegarlo.
Mi mancano quelle antologie che mi fecero conoscere tanti mondi a me ignari. Sono l’unica ad averle amate? Voi come avete conosciuto i vostri libri del cuore?
C’è qualcosa di strano se la scuola ti fa allontanare invece di avvicinarti ai libri. I programmi dovrebbero essere quasi tutti riscritti. Non è cultura generale ricevere nozioni su nozioni senza un filo conduttore. Io, non avendo fatto il liceo, ho scoperto un classico come la Austen, leggendo Orgoglio e Pregiudizio in lingua originale, mentre frequentavo un corso di Inglese. E da lì, poi, ho letto quasi tutte le altre opere. E’ lo spunto il problema. E forse oggi è quasi sempre lasciato alla bravura e alla buona volontà degli insegnanti. Ciao Asaka.
Ciao Alice; i programmi in realtà non esistono più. Ora ci sono “Indicazioni” e “Linee guida”, che vogliono tutto e il contrario di tutto. Non ci vuole un insegnante, ci vuole un essere onnipotente. E comunque esistono insegnanti che non lavorano di nozioni, ma di competenze e relazioni trasversali.
Quanto al povero libro, deve lottare contro i mulini a vento della modernità, del web, degli amici di Maria e della cultura usa e getta. Sarebbe dura anche se la scuola funzionasse bene, per come la vedo io.
Non sarà forse meglio, allora, che il libro conservi un suo fascino “trasgressivo”? Leggo quello che dico e voglio io, non perché me lo impone il prof… Che dici?
Magari il libro venisse percepito come qualcosa di trasgressivo. Te lo dice una che cerca da tempo il modo di invogliare suo figlio dodicenne a leggere. Il punto è che spesso si dà per scontato che la scintilla debba già esserci nel ragazzo e non che scocchi grazie al lavoro sotterraneo dell’insegnante. Ti assicuro che essendo stata abituata a studiare, senza fare storie e con piacere, quando ero una ragazza, ritrovarsi due figli che non ne capiscono il motivo non è cosa facile.
Prima di tutto mi interrogo sul dove e come ho sbagliato, poi mi domando se un insegnante un po’ fuori dagli schemi potrebbe fare la differenza. Per il resto, ho parenti insegnanti e conosco i problemi e le frustrazioni della categoria e perciò sono solidale.
Scusa, forse sono andata fuori tema, comunque benvenga lo spunto, da qualunque parte arrivi. L’importante è cominciare a leggere. Secondo me.
Sono d’accordo con te; il punto però è che nella maggior parte dei casi la proposta del libro, se arriva dagli enti preposti alla formazione (scuola, famiglia, ecc.) è vista come noiosa e oppressiva. Più si insiste, più si ottiene l’effetto contrario. Il passaparola tra amici, tra pari, funziona molto di più. Quanto all’elemento trasgressivo, il discorso sarebbe un po’ lungo; generalizzando, ho notato un legame tra avidi lettori e “ribellione”, e mi diverte molto osservare e cercare di capire come funzioni e come possa essere sfruttata questa connessione.